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    <title>Blog di Paolo Parisi - maiali</title>
    <link>http://blog.paoloparisi.it/</link>
    <description>Le Macchie</description>
    <language>en-us</language>
    <copyright>Paolo Parisi</copyright>
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      <dc:creator>Paolo Parisi</dc:creator>
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        <p>
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          <br />
        </div>
        <br />
Una volta tutti i maiali erano neri .<br /><br />
Si, una volta, tutti i maiali erano neri e facevano parte di un economia agricola
condotta da molti esseri umani; poi gli umani sono aumentati in maniera esponenziale
e tutto si è organizzato in un sistema più intensivo. 
<br />
Gli Inglesi, creativi del mondo agricolo moderno, hanno inventato il maiale bianco
più adatto ad un nuovo mondo. Tutto ciò fa parte di un normale divenire a causa del
quale si perde qualcosa e si guadagna altro. 
<br /><br />
Trovo normale che tutto si adatti alle esigenze dell'ecosistema, la salvaguardia di
alcune specie dipende solo e unicamente dalle nostre volontà. L'uomo vive questo rapporto
con la natura affrontando le difficoltà dovute ad ogni simbiosi complessa. Si deve
prendere atto del fatto che la natura negli ultimi tre secoli è stata letteralmente
invasa dagli umani che hanno piegato tutto ai propri interessi, questo è un logico
motivo in più di squilibrio. 
<br />
Vorrei far capire che al contrario di quello che spesso viene comunicato, la “signora”
natura non è mai stata particolarmente clemente e generosa con l’uomo, figuriamoci
ora che in latitudini come le nostre è relegata a essere un vaso, un' aiuola, o al
massimo un grande giardino. Abbiamo giocato pericolosamente con questo gigante grosso
e coglione. Il pericolo che viviamo è che l’unica conseguenza logica sia la possibilità
che tutto si ritorca su di noi. Tifando per l’uomo e non potendo certo cambiare lo
stato attuale delle cose, l’umanità ha il dovere di muoversi con quella sofisticata
intelligenza che l' ha portata fino ad essere “padrona” del mondo, ma purtroppo l’informazione
intorpidisce tutto con un buonismo che cela solo interessi. 
<br />
Questa è la società dei consumi, e la scienza più importante del decennio è il marketing
che punta sul territorio, il tipico, la tradizione, biologico, naturale, nostrano,
e molti altri termini che vengono usati solo per indurre scelte o peggio per fare
audience. Non sono contro queste cose ma alcuni concetti applicati a certe pratiche
sono veramente delle prese in giro. 
<br />
Io opero nell’agricoltura e ne vedo di tutti i colori. Ora vi racconto cosa è successo
con i maiali e cosa vorrei succedesse in futuro: millenovecentonovantadue, mi diplomo
sommellier professionista, convinto che il vino - settore più avanzato della qualità
- sarebbe stato argomento formativo. Mi puppo questi tre anni di corso con esame finale. 
<br />
Dopo il diploma, il conviviale rapporto con i compagni di corso, tutti giovani e speranzosi,
ci porta a incontrarci in cene e degustazioni. In una di queste, a Tirrenia, conosco
Carlo Cattaneo un produttore di vino del chianti non giovane ma brillante: entriamo
appena in sintonia e subito mi racconta che alleva una razza di maiali quasi estinta,
la Cinta Senese, al momento mi dice che ne esistono meno di 30 soggetti provenienti
per lo più da un tizio, un certo Bezzini, che potrebbe essere definito lo storico
salvatore; e un altro, un certo Marino, un tipo che poi ho conosciuto, che beveva
un po’ troppo. 
<br />
Cattaneo, era comunque il più convinto che fosse importante recuperare questo patrimonio
genetico: immediatamente mi convinco anche io e comincio a tenere da me qualche maiale,
ma già ai primi parti si delinea una situazione drammatica dovuta di certo alla consanguineità
dei pochi soggetti da cui si era ripartiti. Le scrofe partorivano 3/4 maialini e la
metà non arrivava alla prima settimana. 
<br />
Così, mentre gli altri, con pochissimi soggetti, facevano esperimenti inutili come
incrociare con il cinghiale o tentare la via della purezza, io e Carlo pensavamo come
risolvere in modo concreto questo problema. Lui comprò un verro bianco e incrociò
su linea maschile, io scelsi una strada più lunga e comperai una decina di scrofe
bianche, che fui costretto a sottoporre alla prova del bosco. Una metà delle scrofe
diventò pelle e ossa, l’altra metà aveva mantenuto la forma, anche i bianchi non sono
tutti uguali,e furono quelle che incrociai con il mio mitico verro detto Siluro. Nacquero
nidiate miste: maialini uguali alle cinte, soggetti misti e bianchi. Prendendo le
femmine più simili alle cinte e in seguito facendole riaccoppiare con un cinto, ottenevamo
finalmente qualcosa con un patrimonio genetico più eterogeneo. 
<br />
Cattaneo faceva lo stesso con il maschio e con i nostri risultati invadevamo gli altri
allevamenti che vedendo cambiare la negativa situazione dei parti pensavano di essere
diventati esperti e bravi, gonfiandosi di stupido orgoglio di ignoranti allevatori.
Quando si sono interessati della Cinta organi ufficiali, Carlo ed io abbiamo raccontato
una realtà che era stata irrinunciabile, ma loro si sono chiusi le orecchie e tappati
gli occhi. 
<br />
Oggi, io e Carlo ci ritroviamo davanti ad allevatori che dicono che la “vera” linea
di Cinta è la loro. Sorridiamo. Tutto quello che c’è in giro viene dalla nostra operazione
congiunta. Che si voglia o no questa è la realtà, è impossibile ricreare una razza
minimamente solida partendo da così pochi soggetti, e questo lo sa ogni genetista. 
<br />
Oggi abbiamo più di diecimila soggetti, sono convinto grazie a noi due, ma abbiamo
ancora problemi notevoli ora che le necessità di una qualità superiore come quella
che può dare un maiale di bosco è diventata d’uso: bisognerebbe riuscire ad attuare
anche miglioramenti genetici di selezione, ma le linee sono troppo deboli, cosi si
assiste al coro di un branco di coglioni che stanno a sindacare sul fatto che quella
“vera”, l’originale sia così o cosà, quando se non avessimo incrociato non avremmo
proprio un bel niente. 
<br />
Dico io ma quello che conta è aver ricreato qualcosa? Qualcosa che in tempi attuali
abbia il metabolismo adatto alla vita all’aperto piuttosto che in una porcilaia e
possa dare a noi il fasto di un godimento che sembrava monopolio della Spagna. Loro
non hanno perso una genetica che noi abbiamo parzialmente recuperato con la relativa
illuminazione di due allevatori fuori dal coro. 
<br />
Il mio sogno sarebbe avere almeno dieci soggetti di razze nere e incrociarle per ottenere
una sorta di maiale multi-etnico e vedere se il futuro di una salumeria di qualità
ne possa fruire con vantaggi apprezzabili. Potrei pensare al paragone con la razza
umana americana, in fondo questi sopravvissuti semiestinti maiali neri italiani sono
come le popolazioni di una tribù dell’Africa che contano uomini forti per una vita
dura nella foresta ma geneticamente debolissimi. Insomma diventa per me quasi una
questione più filosofica che altro, mi intriga il pensare che potrebbe essere una
storia su cui lavorare con confronti, paragoni, risultati ed altro. United pigs of
Parisi, MaialiunitidiParisi, una razza completamente nuova. 
<br />
Basta con il razzismo animale, critichiamo il razzismo umano, giustamente, poi tifiamo
spudoratamente per una chianina solo perché è toscana. Si, non perdiamola ma l’importante
sarebbe che si corresse per il buono non per il diverso. Anche semplicemente allevando
maiali, galline e mucche si può essere creativi! Io allevo Angus in toscana, perché
non esiste nelle nostre razze una tipologia che riesca a mettere grasso allo stato
semibrado, gli inglesi hanno selezionato una razza adatta, perché non ne devo approfittare
per raggiungere una qualità superiore? 
<br />
Tutto è relativo, io sdrammatizzo, voglio sentirmi libero più che globalizzatore in
fondo voglio più divertirmi che lasciare un segno, o meglio se lo lascerò sarà divertendomi.
 <img width="0" height="0" src="http://blog.paoloparisi.it/aggbug.ashx?id=207d5ee9-42cc-4ae2-983d-511e70127d1f" /></body>
      <title>UNA VOLTA TUTTI I MAIALI ERANO NERI</title>
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      <pubDate>Mon, 17 Mar 2008 20:56:05 GMT</pubDate>
      <description>&lt;p&gt;
&lt;/p&gt;
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&lt;br&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;br&gt;
Una volta tutti i maiali erano neri .&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Si, una volta, tutti i maiali erano neri e facevano parte di un economia agricola
condotta da molti esseri umani; poi gli umani sono aumentati in maniera esponenziale
e tutto si è organizzato in un sistema più intensivo. 
&lt;br&gt;
Gli Inglesi, creativi del mondo agricolo moderno, hanno inventato il maiale bianco
più adatto ad un nuovo mondo. Tutto ciò fa parte di un normale divenire a causa del
quale si perde qualcosa e si guadagna altro. 
&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Trovo normale che tutto si adatti alle esigenze dell'ecosistema, la salvaguardia di
alcune specie dipende solo e unicamente dalle nostre volontà. L'uomo vive questo rapporto
con la natura affrontando le difficoltà dovute ad ogni simbiosi complessa. Si deve
prendere atto del fatto che la natura negli ultimi tre secoli è stata letteralmente
invasa dagli umani che hanno piegato tutto ai propri interessi, questo è un logico
motivo in più di squilibrio. 
&lt;br&gt;
Vorrei far capire che al contrario di quello che spesso viene comunicato, la “signora”
natura non è mai stata particolarmente clemente e generosa con l’uomo, figuriamoci
ora che in latitudini come le nostre è relegata a essere un vaso, un' aiuola, o al
massimo un grande giardino. Abbiamo giocato pericolosamente con questo gigante grosso
e coglione. Il pericolo che viviamo è che l’unica conseguenza logica sia la possibilità
che tutto si ritorca su di noi. Tifando per l’uomo e non potendo certo cambiare lo
stato attuale delle cose, l’umanità ha il dovere di muoversi con quella sofisticata
intelligenza che l' ha portata fino ad essere “padrona” del mondo, ma purtroppo l’informazione
intorpidisce tutto con un buonismo che cela solo interessi. 
&lt;br&gt;
Questa è la società dei consumi, e la scienza più importante del decennio è il marketing
che punta sul territorio, il tipico, la tradizione, biologico, naturale, nostrano,
e molti altri termini che vengono usati solo per indurre scelte o peggio per fare
audience. Non sono contro queste cose ma alcuni concetti applicati a certe pratiche
sono veramente delle prese in giro. 
&lt;br&gt;
Io opero nell’agricoltura e ne vedo di tutti i colori. Ora vi racconto cosa è successo
con i maiali e cosa vorrei succedesse in futuro: millenovecentonovantadue, mi diplomo
sommellier professionista, convinto che il vino - settore più avanzato della qualità
- sarebbe stato argomento formativo. Mi puppo questi tre anni di corso con esame finale. 
&lt;br&gt;
Dopo il diploma, il conviviale rapporto con i compagni di corso, tutti giovani e speranzosi,
ci porta a incontrarci in cene e degustazioni. In una di queste, a Tirrenia, conosco
Carlo Cattaneo un produttore di vino del chianti non giovane ma brillante: entriamo
appena in sintonia e subito mi racconta che alleva una razza di maiali quasi estinta,
la Cinta Senese, al momento mi dice che ne esistono meno di 30 soggetti provenienti
per lo più da un tizio, un certo Bezzini, che potrebbe essere definito lo storico
salvatore; e un altro, un certo Marino, un tipo che poi ho conosciuto, che beveva
un po’ troppo. 
&lt;br&gt;
Cattaneo, era comunque il più convinto che fosse importante recuperare questo patrimonio
genetico: immediatamente mi convinco anche io e comincio a tenere da me qualche maiale,
ma già ai primi parti si delinea una situazione drammatica dovuta di certo alla consanguineità
dei pochi soggetti da cui si era ripartiti. Le scrofe partorivano 3/4 maialini e la
metà non arrivava alla prima settimana. 
&lt;br&gt;
Così, mentre gli altri, con pochissimi soggetti, facevano esperimenti inutili come
incrociare con il cinghiale o tentare la via della purezza, io e Carlo pensavamo come
risolvere in modo concreto questo problema. Lui comprò un verro bianco e incrociò
su linea maschile, io scelsi una strada più lunga e comperai una decina di scrofe
bianche, che fui costretto a sottoporre alla prova del bosco. Una metà delle scrofe
diventò pelle e ossa, l’altra metà aveva mantenuto la forma, anche i bianchi non sono
tutti uguali,e furono quelle che incrociai con il mio mitico verro detto Siluro. Nacquero
nidiate miste: maialini uguali alle cinte, soggetti misti e bianchi. Prendendo le
femmine più simili alle cinte e in seguito facendole riaccoppiare con un cinto, ottenevamo
finalmente qualcosa con un patrimonio genetico più eterogeneo. 
&lt;br&gt;
Cattaneo faceva lo stesso con il maschio e con i nostri risultati invadevamo gli altri
allevamenti che vedendo cambiare la negativa situazione dei parti pensavano di essere
diventati esperti e bravi, gonfiandosi di stupido orgoglio di ignoranti allevatori.
Quando si sono interessati della Cinta organi ufficiali, Carlo ed io abbiamo raccontato
una realtà che era stata irrinunciabile, ma loro si sono chiusi le orecchie e tappati
gli occhi. 
&lt;br&gt;
Oggi, io e Carlo ci ritroviamo davanti ad allevatori che dicono che la “vera” linea
di Cinta è la loro. Sorridiamo. Tutto quello che c’è in giro viene dalla nostra operazione
congiunta. Che si voglia o no questa è la realtà, è impossibile ricreare una razza
minimamente solida partendo da così pochi soggetti, e questo lo sa ogni genetista. 
&lt;br&gt;
Oggi abbiamo più di diecimila soggetti, sono convinto grazie a noi due, ma abbiamo
ancora problemi notevoli ora che le necessità di una qualità superiore come quella
che può dare un maiale di bosco è diventata d’uso: bisognerebbe riuscire ad attuare
anche miglioramenti genetici di selezione, ma le linee sono troppo deboli, cosi si
assiste al coro di un branco di coglioni che stanno a sindacare sul fatto che quella
“vera”, l’originale sia così o cosà, quando se non avessimo incrociato non avremmo
proprio un bel niente. 
&lt;br&gt;
Dico io ma quello che conta è aver ricreato qualcosa? Qualcosa che in tempi attuali
abbia il metabolismo adatto alla vita all’aperto piuttosto che in una porcilaia e
possa dare a noi il fasto di un godimento che sembrava monopolio della Spagna. Loro
non hanno perso una genetica che noi abbiamo parzialmente recuperato con la relativa
illuminazione di due allevatori fuori dal coro. 
&lt;br&gt;
Il mio sogno sarebbe avere almeno dieci soggetti di razze nere e incrociarle per ottenere
una sorta di maiale multi-etnico e vedere se il futuro di una salumeria di qualità
ne possa fruire con vantaggi apprezzabili. Potrei pensare al paragone con la razza
umana americana, in fondo questi sopravvissuti semiestinti maiali neri italiani sono
come le popolazioni di una tribù dell’Africa che contano uomini forti per una vita
dura nella foresta ma geneticamente debolissimi. Insomma diventa per me quasi una
questione più filosofica che altro, mi intriga il pensare che potrebbe essere una
storia su cui lavorare con confronti, paragoni, risultati ed altro. United pigs of
Parisi, MaialiunitidiParisi, una razza completamente nuova. 
&lt;br&gt;
Basta con il razzismo animale, critichiamo il razzismo umano, giustamente, poi tifiamo
spudoratamente per una chianina solo perché è toscana. Si, non perdiamola ma l’importante
sarebbe che si corresse per il buono non per il diverso. Anche semplicemente allevando
maiali, galline e mucche si può essere creativi! Io allevo Angus in toscana, perché
non esiste nelle nostre razze una tipologia che riesca a mettere grasso allo stato
semibrado, gli inglesi hanno selezionato una razza adatta, perché non ne devo approfittare
per raggiungere una qualità superiore? 
&lt;br&gt;
Tutto è relativo, io sdrammatizzo, voglio sentirmi libero più che globalizzatore in
fondo voglio più divertirmi che lasciare un segno, o meglio se lo lascerò sarà divertendomi.
&amp;nbsp;&lt;img width="0" height="0" src="http://blog.paoloparisi.it/aggbug.ashx?id=207d5ee9-42cc-4ae2-983d-511e70127d1f" /&gt;</description>
      <category>maiali</category>
      <category>tutte le categorie</category>
    </item>
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          <img src="/content/binary/panorama1.jpg" border="0" />
          <br />
        </p>
        <p align="left">
Caro Bonilli, il 27 di Dicembre Panorama ha pubblicato una foto in cui sembra che
io voglia baciare uno dei miei maialini. In realtà ho proprio voluto io questo scatto,
per significare tutta la mia gratitudine a questa razza suina, la Cinta Senese, che
mi ha dato così tante soddisfazioni. Il destino ha voluto che, fra una decina di rulli
scattati quel giorno in ottobre, venisse scelta proprio quella immagine che avevo
chiesto al fotografo. Allora perchè non sfruttare un momento cosi favorevole per scriverti.
I miei Maiali ed io dobbiamo quasi tutta la nostra gloria al grande Fulvio Pierangelini
che, insieme ad altri illustri nomi della nostra meravigliosa ristorazione, hanno
creduto,non tanto nel nome di una razza che era peraltro in via di estinzione, ma
a quello che gli andavo a decantare: il metodo di allevamento. E' stato proprio questo
infatti a convincere i palati esperti della validita di queste carni e dei relativi
salumi. La Cinta Senese sta diventando una moda nel campo della ristorazione ad alto
livello: sono infatti strabiliato dalla richiesta, ma sopratutto dai mitici personaggi
che mi contattano. Sono più di quindici anni che aspetto questo momento ma mi piacerebbe
che l'Italiano capisse il concetto:non una razza, non un nome, ma una conseguenza
logica. Mi spiego meglio con un esempio: sulla carne bovina abbiamo avuto in auge
la Piemontese, la Chianina ed altre, in realta'le differenze pur apprezzabili sono
sempre state relative in quanto si trattava sempre di animali allevati in stalla,con
accrescimenti molto favoriti da questa condizione. Il metodo semibrado comporta tempi,costi
e rese molto sfavorevoli ma offre una qualita' da poter essere apprezzata solo da
un palato educato. Al momento attuale la Cinta rappresenta una condizione di qualita'.
Fino al giorno in cui non riusciranno a modificare geneticamente la razza, non sara'
possibile allevarla in un allevamento intensivo. Attualmente il suo metabolismo non
consente, a stabulazione fissa, di ottenere proporzoni accettabili fra grasso e magro.
In definitiva dovremmo tutti capire che è meglio mangiare la carne una volta alla
settimana ma di questo tipo e di questa qualità e che dietro a un successo cè sempre
una storia e non il nome di una razza.
</p>
        <br />
        <img width="0" height="0" src="http://blog.paoloparisi.it/aggbug.ashx?id=3fb5a1a9-c360-41f9-b349-d3308fe79e9e" />
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      <title>lettera a Bonilli</title>
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      <link>http://blog.paoloparisi.it/1999/01/30/letteraABonilli.aspx</link>
      <pubDate>Sat, 30 Jan 1999 16:30:18 GMT</pubDate>
      <description>&lt;p align="center"&gt;
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&lt;br&gt;
&lt;/p&gt;
&lt;p align="left"&gt;
Caro Bonilli, il 27 di Dicembre Panorama ha pubblicato una foto in cui sembra che
io voglia baciare uno dei miei maialini. In realtà ho proprio voluto io questo scatto,
per significare tutta la mia gratitudine a questa razza suina, la Cinta Senese, che
mi ha dato così tante soddisfazioni. Il destino ha voluto che, fra una decina di rulli
scattati quel giorno in ottobre, venisse scelta proprio quella immagine che avevo
chiesto al fotografo. Allora perchè non sfruttare un momento cosi favorevole per scriverti.
I miei Maiali ed io dobbiamo quasi tutta la nostra gloria al grande Fulvio Pierangelini
che, insieme ad altri illustri nomi della nostra meravigliosa ristorazione, hanno
creduto,non tanto nel nome di una razza che era peraltro in via di estinzione, ma
a quello che gli andavo a decantare: il metodo di allevamento. E' stato proprio questo
infatti a convincere i palati esperti della validita di queste carni e dei relativi
salumi. La Cinta Senese sta diventando una moda nel campo della ristorazione ad alto
livello: sono infatti strabiliato dalla richiesta, ma sopratutto dai mitici personaggi
che mi contattano. Sono più di quindici anni che aspetto questo momento ma mi piacerebbe
che l'Italiano capisse il concetto:non una razza, non un nome, ma una conseguenza
logica. Mi spiego meglio con un esempio: sulla carne bovina abbiamo avuto in auge
la Piemontese, la Chianina ed altre, in realta'le differenze pur apprezzabili sono
sempre state relative in quanto si trattava sempre di animali allevati in stalla,con
accrescimenti molto favoriti da questa condizione. Il metodo semibrado comporta tempi,costi
e rese molto sfavorevoli ma offre una qualita' da poter essere apprezzata solo da
un palato educato. Al momento attuale la Cinta rappresenta una condizione di qualita'.
Fino al giorno in cui non riusciranno a modificare geneticamente la razza, non sara'
possibile allevarla in un allevamento intensivo. Attualmente il suo metabolismo non
consente, a stabulazione fissa, di ottenere proporzoni accettabili fra grasso e magro.
In definitiva dovremmo tutti capire che è meglio mangiare la carne una volta alla
settimana ma di questo tipo e di questa qualità e che dietro a un successo cè sempre
una storia e non il nome di una razza.
&lt;/p&gt;
&lt;br&gt;
&lt;img width="0" height="0" src="http://blog.paoloparisi.it/aggbug.ashx?id=3fb5a1a9-c360-41f9-b349-d3308fe79e9e" /&gt;</description>
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      <category>parole di paolo</category>
      <category>tutte le categorie</category>
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