Una volta tutti i maiali erano neri
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Si, una volta, tutti i
maiali erano neri e facevano parte di un economia agricola condotta da
molti esseri umani; poi gli umani sono aumentati in maniera
esponenziale e tutto si è organizzato in un sistema più intensivo.
Gli Inglesi, creativi del mondo agricolo moderno, hanno inventato il maiale bianco più adatto ad un nuovo mondo.
Tutto ciò fa parte di un normale divenire a causa del quale si perde qualcosa e si guadagna altro.
Trovo normale che tutto si adatti alle esigenze
dell'ecosistema, la salvaguardia di alcune specie dipende solo e
unicamente dalle nostre volontà. L'uomo vive questo rapporto con la
natura affrontando le difficoltà dovute ad ogni simbiosi complessa. Si
deve prendere atto del fatto che la natura negli ultimi tre secoli è
stata letteralmente invasa dagli umani che hanno piegato tutto ai
propri interessi, questo è un logico motivo in più di squilibrio.
Vorrei
far capire che al contrario di quello che spesso viene comunicato, la
“signora” natura non è mai stata particolarmente clemente e generosa
con l’uomo, figuriamoci ora che in latitudini come le nostre è relegata
a essere un vaso, un' aiuola, o al massimo un grande giardino. Abbiamo
giocato pericolosamente con questo gigante grosso e coglione.
Il pericolo che viviamo è che l’unica conseguenza logica sia la
possibilità che tutto si ritorca su di noi.
Tifando per l’uomo e non potendo certo cambiare lo stato attuale delle
cose, l’umanità ha il dovere di muoversi con quella sofisticata
intelligenza che l' ha portata fino ad essere “padrona” del mondo, ma
purtroppo l’informazione intorpidisce tutto con un buonismo che cela
solo interessi.
Questa
è la società dei consumi, e la scienza più importante del decennio è il
marketing che punta sul territorio, il tipico, la tradizione,
biologico, naturale, nostrano, e molti altri termini che vengono usati
solo per indurre scelte o peggio per fare audience.
Non sono contro queste cose ma alcuni concetti applicati a certe
pratiche sono veramente delle prese in giro.
Io
opero nell’agricoltura e ne vedo di tutti i colori.
Ora vi racconto cosa è successo con i maiali e cosa vorrei succedesse
in futuro:
millenovecentonovantadue, mi diplomo sommellier professionista,
convinto che il vino - settore più avanzato della qualità - sarebbe
stato argomento formativo. Mi puppo questi tre anni di corso con esame
finale.
Dopo
il diploma, il conviviale rapporto con i compagni di corso, tutti
giovani e speranzosi, ci porta a incontrarci in cene e degustazioni.
In una di queste, a Tirrenia, conosco Carlo Cattaneo un produttore di
vino del chianti non giovane ma brillante: entriamo appena in sintonia
e subito mi racconta che alleva una razza di maiali quasi estinta, la
Cinta Senese, al momento mi dice che ne esistono meno di 30 soggetti
provenienti per lo più da un tizio, un certo Bezzini, che potrebbe
essere definito lo storico salvatore; e un altro, un certo Marino, un
tipo che poi ho conosciuto, che beveva un po’ troppo.
Cattaneo, era comunque il più convinto che fosse importante
recuperare questo patrimonio genetico: immediatamente mi convinco anche
io e comincio a tenere da me qualche maiale, ma già ai primi parti si
delinea una situazione drammatica dovuta di certo alla consanguineità
dei pochi soggetti da cui si era ripartiti. Le scrofe partorivano 3/4
maialini e la metà non arrivava alla prima settimana.
Così, mentre
gli altri, con pochissimi soggetti, facevano esperimenti inutili come
incrociare con il cinghiale o tentare la via della purezza, io e Carlo
pensavamo come risolvere in modo concreto questo problema. Lui comprò
un verro bianco e incrociò su linea maschile, io scelsi una strada più
lunga e comperai una decina di scrofe bianche, che fui costretto a
sottoporre alla prova del bosco. Una metà delle scrofe diventò pelle e
ossa, l’altra metà aveva mantenuto la forma, anche i bianchi non sono
tutti uguali,e furono quelle che incrociai con il mio mitico verro
detto Siluro. Nacquero nidiate miste: maialini uguali alle cinte,
soggetti misti e bianchi.
Prendendo le femmine più simili alle cinte e in seguito facendole
riaccoppiare con un cinto, ottenevamo finalmente qualcosa con un
patrimonio genetico più eterogeneo.
Cattaneo faceva lo stesso con il maschio e con i nostri risultati
invadevamo gli altri allevamenti che vedendo cambiare la negativa
situazione dei parti pensavano di essere diventati esperti e bravi,
gonfiandosi di stupido orgoglio di ignoranti allevatori.
Quando si sono interessati della Cinta organi ufficiali, Carlo ed io
abbiamo raccontato una realtà che era stata irrinunciabile, ma loro si
sono chiusi le orecchie e tappati gli occhi.
Oggi, io e Carlo ci ritroviamo davanti ad allevatori che dicono
che la “vera” linea di Cinta è la loro. Sorridiamo. Tutto quello che
c’è in giro viene dalla nostra operazione congiunta. Che si voglia o no
questa è la realtà, è impossibile ricreare una razza minimamente solida
partendo da così pochi soggetti, e questo lo sa ogni genetista.
Oggi abbiamo più di diecimila soggetti, sono convinto grazie a noi
due, ma abbiamo ancora problemi notevoli ora che le necessità di una
qualità superiore come quella che può dare un maiale di bosco è
diventata d’uso: bisognerebbe riuscire ad attuare anche miglioramenti
genetici di selezione, ma le linee sono troppo deboli, cosi si assiste
al coro di un branco di coglioni che stanno a sindacare sul fatto che
quella “vera”, l’originale sia così o cosà, quando se non avessimo
incrociato non avremmo proprio un bel niente.
Dico io ma quello
che conta è aver ricreato qualcosa? Qualcosa che in tempi attuali abbia
il metabolismo adatto alla vita all’aperto piuttosto che in una
porcilaia e possa dare a noi il fasto di un godimento che sembrava
monopolio della Spagna. Loro non hanno perso una genetica che noi
abbiamo parzialmente recuperato con la relativa illuminazione di due
allevatori fuori dal coro.
Il mio sogno sarebbe avere almeno dieci soggetti di razze nere e
incrociarle per ottenere una sorta di maiale multi-etnico e vedere se
il futuro di una salumeria di qualità ne possa fruire con vantaggi
apprezzabili. Potrei pensare al paragone con la razza umana americana,
in fondo questi sopravvissuti semiestinti maiali neri italiani sono
come le popolazioni di una tribù dell’Africa che contano uomini forti
per una vita dura nella foresta ma geneticamente debolissimi. Insomma
diventa per me quasi una questione più filosofica che altro, mi intriga
il pensare che potrebbe essere una storia su cui lavorare con
confronti, paragoni, risultati ed altro.
United pigs of Parisi, MaialiunitidiParisi, una razza completamente
nuova.
Basta
con il razzismo animale, critichiamo il razzismo umano, giustamente,
poi tifiamo spudoratamente per una chianina solo perché è toscana. Si,
non perdiamola ma l’importante sarebbe che si corresse per il buono non
per il diverso.
Anche semplicemente allevando maiali, galline e mucche si può essere
creativi!
Io allevo Angus in toscana, perché non esiste nelle nostre razze una
tipologia che riesca a mettere grasso allo stato semibrado, gli inglesi
hanno selezionato una razza adatta, perché non ne devo approfittare per
raggiungere una qualità superiore?
Tutto è relativo, io sdrammatizzo, voglio sentirmi libero più che
globalizzatore in fondo voglio più divertirmi che lasciare un segno, o
meglio se lo lascerò sarà divertendomi.